CASA DI
BAMBOLE, “alla ricerca dell’anima delle
forme”. Rolando Bellini
Casa di bambole, chi non ricorda
Ibsen, chi potrà mai sottrarsi al richiamo
del teatro? In effetti vi è un qualche legame
con esso in questo attuale lavoro di Barbara Vistarini.
Meglio dire: una affinità. Come pure ve ne
è con altri mondi, altri ambiti disciplinari.
Ritratti fotografici di bambole ci suggerisce una
prima impressione che si rivela in seguito un accesso
privilegiato al mondo fantasmatico e virtuale, tecnologico
e metafisico, il mondo delle idee e il mondo delle
azioni in cui opera questa artista. Un filo argenteo,
simile a pensiero magico, va sommando, nodo dietro
nodo, con poetica facilità le opere di ieri
e di oggi di Vistarini-quello che esse rappresentano
e incarnano. In questi suoi enti parrebbe manifestarsi
una particolare condivisione dell’elan vital
di bergsoniana memoria. Ella dunque partecipa all’ultima
eredità di quel rinnovamento concettuale
che coinvolge molta parte delle cosiddette avanguardie
storiche di primo e secondo novecento e delle nuove
ed ultime “avanguardie” postmoderne,
un’ eredità che ha tra le sue radici
il filosofare di Henri Bergson. Alcune affermazioni
del filosofo francese ci parlano di una realtà
che è “slancio vitale”, dunque
“azione che di continuo si crea e si arricchisce”.
Sembra inoltre aderire alla perfezione agli stessi
elaborati attuali dell’artista il rapporto
dialettico con la plurale e mobile realtà
che l’uomo bergsoniano realizza attraverso
un atto cognitivo peculiare; un atto –ricordiamo-
fondato sull’incontro tra realtà esterna
e coscienza soggettiva che si concretizza grazie
all’attivazione dell’intuizione.
Per dirla con le parole del Bergson, si tratta,
nel caso di queste fotografie di bambole di Barbara
Vistarini-queste nude e frammentate bambole, ritrovate
e restituite a nuova vita secondo un progetto che
ha preso avvio nell’estate del 2005 ma si
è concretizzato soltanto con i primi scatti
fotografici nella primavera del 2007- d’una
ricerca intenta a dare forma visibile a “quella
simpatia mediante la quale ci si inserisce nell’interiorità
di un oggetto per coincidere con ciò che
c’è in esso di unico”.
Quest’assunto bergsoniano mi pare sovrintenda
a tutto il fare di Vistarini, fino a raggiungere
l’attualità. E con crescente evidenza,
mano a mano che ci avviciniamo all’oggi. Ciò,
inoltre, si riallaccia ai suoi primi “corti”,
scarni e brevi filmati intrisi di una elegia metafisica,
posseduti da una geometria liquida che ne denota
il ritmo narrativo come pure lo sviluppo sequenziale,
inquadratura dietro inquadratura. Diresti: alla
ricerca dell’anima delle forme. Quelle stesse
forme che vanno acquistando sostanza corporea nello
sviluppo ulteriore del lavoro di Vistarini costituito
da freschissime e delicate pitture che rimpiazzano
i quadri –croci cuciti e disegnati; pitture
in cui sono raffigurati –vale a dire, separati
dalla loro effettiva corporeità e resi perciò
stesso visibili- abiti fluttuanti in uno spazio
tempo indecifrabile.
Aleggia intorno a queste rappresentazioni un’aura
particolare che rimanda a una straordinaria delicatezza
badiana (Roland Barthes), che assicura a tali pitture
una nuova esistenza; un’aura simile a rugiada
sentimentale che dà vita preziosa ai suoi
stessi enti.
Penso infine allo scarto che segue in cui è
annunciato il lavoro attuale ed ultimo. Che va oltre
una temporalità trascorrente e diseguale
(l’elan Vital, si, declinato secondo Man Ray
però) e si fa ora macchina od oggetto trovato,
l’object trouvè riecheggiante certa
sperimentazione Dada, certo surrealismo pungente.
Ma perché proprio questo ritrovamento che
evoca il mito della caverna platonica, perché
proprio queste Bambole che, perdipiù, vengono
presentate da Vistarini, come icone frammentate-vissute
di un mondo fantasmatico, come primizie di un processo
creativo che ha radici nella prima infanzia e sviluppo
ininterrotto per l’intera sua parabola artistica,
dall’esordio seguito all’abbandono del
mondo della moda dove ha sperimentato su di sé
la separazione esistente tra soggetto e oggetto
fino a raggiungere il tempo presente. Diresti: icone
di un processo di disincarnazione e di purificazione
con cui Barbara Vistarini tenta di attraversare
la barriera che divide i mondi per poter arrivare
a vedere oltre i confini della realtà. Vistarini,
dopo aver recuperato nel 2005 e in parte restaurato
le sue antiche bambole, ciò che rimaneva
di tre di esse in particolare, ha proceduto sistemandole,
denudandole e articolandole a dovere per poi collocarle
nella postura desiderata all’interno di un
apposito scenario- in fondo Morandi faceva la stessa
cosa con le sue famose bottiglie- al fine di rappresentare
la piece che lei si era prefigurata e che, ancora
una volta, doveva raccontarla qual è ed era.
Una magistrale drammaturgia di luce ed ombra ha
provocato su quei corpicini di plastica che in ogni
caso la rappresentano, gli effetti desiderati e
ciò, al momento della inquadratura e dello
scatto fotografico, le ha consentito di dare sembiante
ad esseri oscillanti tra la plastica e la carne,
tra l’essere vivente e tutta la sua calda
corporeità e l’automa inanimato, che
tuttavia potrebbe simularne gesti, posture, fingendone
persino i pensieri, ma, credo, nessun sentimento.
Questa elaborazione lenta, meticolosa, simile in
molto alle pratiche calcografiche o incisorie, a
suo modo assai rarefatta e sofisticata, in parte
accostabile agli estenuanti esercizi della ballerina,
dominati da una griglia geometrica, da un rigore
matematico assiologico, questa complessa elaborazione
infine si gonfia di sentimento perché è
pure intrisa di ricordi, i ricordi dell’infanzia,
così cari a Barbara.
Sulla reliquia dell’infanzia perduta e ritrovata,
mediante il gioco estetico che attraversa questa
delicata manipolazione artistica svolta in più
tempi e modi, pare alitare un afflato vitale, richiamando
sottilmente il gioco paradossale inscenato dal Marcel
Duchamp-un gioco che ti proietta oltre i confini
della realtà- allorquando si travestiva da
Rose Selavy, consentendoti di superare tutte le
convenzioni, di andare persino oltre l’oggetto
trovato e investito di altra identità.
Ti concentri nuovamente, infine, sulle tre bambole
di Barbara. Meglio ancora: sulle elaborate fotografie
di Vistarini che le trasfigurano in qualcosa d’altro
affiorante da tenebra lucente. Ti concentri sulla
testa erratica, truccatissima, e il corpo intero
è nudo, su ciò che è diventato
attraverso la mediazione-elaborazione fotografica
e tenti di sprofondare in questa studiata drammaturgia
luministica in cui configgono con forza luce e ombra,
in cui il lume e la tenebra si urtano con enfasi
apocalittica disputandosi quei corpi, in cui ogni
dettaglio di essi viene rivelandosi e al tempo stesso
modificandosi mentre affiora appena dal sudario
d’ombra che i lumi sondano instancabilmente.
Allora osservando più attentamente le opere
attuali di Barbara Vistarini, laddove esse mostrano
queste Bambole, ciò che resta di loro, fotografate
e pertanto trasfigurate in altro da sé, esse
appaiono proprio come “una cosa naturale vista
in gran specchio” (Leonardo da Vinci). E allora
queste immagini si trasfigurano davvero in “esseri
viventi”(Carlo L.Ragghianti).
Vistarini in tal modo esalta e svela un’idea
di arte, un sentimento dell’arte che è
innanzitutto un felice melange di pensiero estetico
e rispecchiamento di sé e lo fa – si
è visto – attraverso una operazione
delicata e forte, femminile e decisa che può
dirsi di spinta nel reale di cose o presenze irreali,
di ricordi ibseniani e d’altra radice che
fa di questi enti presenze acuminate, inimitabili
e anzi uniche; un’operazione che attinge alla
storia dell’ombra e fa della tenebra un lumen,
che mescola reale e irreale fino a diventare, scatto
dopo scatto un’attrazione fatale per lo sguardo.
Rolando Bellini
Storico dell’arte